09 Apr. 2020

Tre secoli fa la nobile casata dei conti Carli di Capodistria, dal 1431 iscritta al patriziato cittadino, registra la nascita del loro primogenito. Il conte Rinaldo e la nobildonna Cecilia Imberti danno al loro primo figlio il nome Gianrinaldo. Siamo nell’anno del Signore 1720, anno bisestile, il giorno invece è giovedì 11 aprile santo Stanislao, 11 giorni esatti dalla Domenica di Pasqua che quell’anno cadeva il 31 di marzo e quindi era bassa. Ci troviamo a due anni dalla pace di Passarowitz, quella che oggi come allora si chiama Požarevac e che sancì la fine di una delle tante guerre di Venezia contro i Turchi, la Serenissima dovette cedere gli ultimi territori posseduti a Creta e la Morea ma mantenne sotto il proprio dominio le Isole Ionie e consolidò il suo potere in Dalmazia. Nel marzo del 1719 in seguito a tale trattato, l’imperatore Carlo VI, istituì i porti franchi di Trieste e Fiume. Un mese più tardi, venne pubblicato il romanzo La vita e le strane sorprendenti avventure di Robinson Crusoe, uno dei grandi capolavori della letteratura mondiale. Poco più di un anno dopo, tra la trasformazione del Ducato di Savoia in Regno di Sardegna con l’ottenimento del titolo regio da parte di Vittorio Amedeo II di Savoia e l’ultima epidemia di peste avvenuta in Francia, che in Provenza provocò la morte di 120 000 persone su una popolazione di 400 000 abitanti, a Capodistria, città di provincia ma non per questo provinciale, nel suo palazzo dal breve cortile interno con la vera da pozzo al centro, veniva al mondo colui che poi si distinse nelle lettere, in economia, filosofia, antropologia e altro. In realtà, è un periodo complesso, costituito da attimi di modernità che s’immettono nel fluire di una tradizione granitica, consolidata nel tempo, da frammenti di idee e di concetti aspiranti a dare una spiegazione di sé e dell’Universo; un tempo aspro, vasto di possibilità, come il nuovo mondo che allora veniva colonizzato. Tramontata la concezione di una peregrinatio medievale il viaggio nel Mondo si fa tentativo di comprensione e, anche se quasi sempre velato dall’infallibilità del verbo divino, si fa ragione, si fa sapere, che lentamente diventano gli strumenti dottrinari per eccellenza.

Del Carli, che dà il nome al nostro Ginnasio, già Collegio dei Nobili, che egli frequentò con profitto, abbiamo il ritratto eseguito nel 1749 da Bartolomeo Nazari ed esposto nello splendido scenario del palazzo di Ca’ Rezzonico. Un Carli meravigliosamente fiero ci guarda dalla parete tappezzata in fregi azzurri su base d’oro della Sala dei pastelli al piano nobile di uno dei più stupendi palazzi veneziani.

Il dolore è evidente, dall’espressione del viso, dalla mano destra che indica una collana di perle strappata ai piedi del genio funerario/angelo triste al suo fianco. Un erote funebre la cui lunga torcia rovesciata dalla fiamma pervertita indica la fragilità e nel medesimo tempo, recide, brucia, il sottile filo che legava le perle in una collana e che simboleggia la vita della donna amata. Ma non solo. Il quadro è nella sua struttura visiva e metaforica definitivamente manicheo. Da una parte il colore e l’esaltazione, dall’altra il grigiore e la disperazione. Nella parte destra, grigia, del quadro, non c’è soltanto il dadoforo negativo a rappresentare una vita e un amore spezzati ma anche la casa distrutta sulla collina che lo sovrasta è indicativa di una vita familiare irreparabilmente devastata. Il Carli ancora ventenne al centro del quadro è partecipe dei due mondi e viene suggellato dal Nazari in veste di una maschera mortuaria imbellettata di bianco, lo sguardo dolorosamente altero. Però, parafrasando Borges, assai più importante dell’infelicità dichiarata è l’accettazione coraggiosa di tale infelicità. Ed ecco che sulla sinistra del quadro, nella parte colorata, vengono ostentati i suoi trionfi mondani. Vi troviamo nell’ordine un mappamondo, un compasso e la rappresentazione delle sue opere, dei suoi studi, a testimonianza dei numerosi interessi intellettuali del loro autore rappresentato orgogliosamente a fianco. Il grande foglio a sinistra riassume e compendia il significato del quadro. Riportiamo l’epigrafe: “GIAN RINALDO / CONTE CARL[I] RUB[BI] / NATO AD[DI] X [APLE] / MD[CCX]X / CREATO PROFESSORE / PUBBLICO NELL ’UNI= / VERSITÀ DI PADOVA / ADDI XXI APLE / MDCCXLV / AMMOGLIATO ADDI / X APLE MDCCXLVII / INFELICISSIMO ADDI’ / XII AGTO MDCCXLIX”. Professore e infelicissimo sono i due termini che metaforicamente potremmo definire eteronimi e che caratterizzano il Carli del dipinto. Ma un altro particolare emerge alla nostra attenzione, la data di nascita: non l’11 ma il 10 di aprile, San Macario d’Armenia. Si tratta di uno sfasamento che abbiamo notato anche in un’altra epigrafe, quella sulla targa lapidea collocata sulla facciata esterna della sua casa natale. Riportiamo l’iscrizione: SACRA ALLA PATRIA E ALLE LETTERE / È QVESTA DIMORA / VI NACQUE / IL IX APRILE DEL MDCCXX / GIAN RINALDO CARLI / STORICO ARCHEOLOGO ECONOMISTA / GENIALMENTE FECONDO / PRECVRSORE DELL’IDEA / ONDE ITALIA RIDIVENNE / LIBERA ED VNA / IL MVNICIPIO POSE IL IX APRILE MCMXX. Anche in questo caso siamo testimoni di un ulteriore, anche se minimo, invecchiamento del Carli, non più l’11 o il 10 ma il nove di aprile, Sant’Acacio di Amida. Così ritorniamo ai 300 anni dalla nascita, alle date e alla curiosità del caso e delle supposizioni, alla conclamata illusorietà del tempo e dei suoi simulacri.

Testo di Marco Apollonio.